Forame ovale pervio, quel problema al cuore che non dà sintomi

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    Forame ovale pervio, quel problema al cuore che non dà sintomi

    Tra le più frequenti anomalie congenite del cuore, il forame ovale pervio (in sigla FOP o PFO) consiste in una condizione anatomica in cui l’atrio destro comunica con il sinistro a livello della fossa ovale. In pratica, è come se una porta fosse soltanto accostata e non chiusa a chiave e, quindi, si potesse aprire sia in un senso sia nell’altro a seconda della pressione del sangue.

    Se ciò è normale nella vita fetale e alla nascita, nei primi mesi di vita in genere il forame si chiude, creando una sorta di “cicatrice”. In una percentuale che oscilla dal 25% al 30% della popolazione, però, tale cicatrizzazione non avviene o è imperfetta: è in tali casi che si è in presenza di forame ovale pervio.

    In assenza di altri problemi, tale condizione non provoca alcun sintomo, motivo per cui molte persone con FOP non ne sono consapevoli. Ciò è indice del fatto che la pervietà del forame ovale non è sempre pericolosa.

    “I problemi possono comparire se l’organismo, per qualche motivo, produce piccoli coaguli o trombi che, immessi in circolo, dovrebbero essere filtrati a livello polmonare. La presenza del FOP può infatti far sì che questi invece bypassino il polmone e giungano nel circolo arterioso, con il rischio elevato che occludano in modo più o meno marcato un vaso cerebrale, con conseguenze che possono andare da un TIA (attacco ischemico transitorio, ndr) a uno stroke, cioè l’ictus”. avverte il dottor Massimo Chessa, cardiologo e cardiologo pediatrico del Centro Medico Sempione di Milano.

    Le situazioni a rischio maggiore sono quelle in cui vi siano:

    - un’alterazione della capacità coagulativa;

    - problemi vascolari venosi alle gambe;

    - lunghe immobilizzazioni a letto per traumi o interventi;

    - uno scarso movimento durante lunghi viaggi in aereo.

    In presenza di un sospetto di FOP, gli esami che ne permettono la diagnosi sono due: l’elettrocardiogramma, con il test delle microbolle, e il doppler transcranico, sempre con il test delle microbolle. “Quest’ultimo può individuare l’eventuale presenza di un passaggio anomalo di sangue, detto paradosso, dalla parte destra alla parte sinistra della circolazione”.

    Si decide di chiudere il forame dopo un’attenta valutazione sia delle condizioni cardiovascolari sia della storia neurologica della persona, in modo da escludere altre cause potenziali. Qualora sia necessario, è possibile chiudere il forame ovale pervio sia nei bambini sia negli adulti.

    “La procedura consiste nel posizionamento di una protesi, che passa attraverso un catetere inserito nella vena femorale. L’intervento è eseguito nella sala di emodinamica dopo aver sottoposto il paziente a un’anestesia, più spesso locale, e monitorandolo con un’ecocardiografia transesofagea o, più frequentemente, intracardiaca”, spiega il dottor Chessa.

    In assenza di complicanze, all’intervento segue una degenza di 2-3 giorni in ospedale. Una volta a casa, sono necessari sia un periodo di riposo (in particolare di astensione dall’attività fisica e sportiva), sia controlli ambulatoriali che certifichino il buon risultato dell’intervento o evidenzino la presenza di possibili problemi che, per quanto rari, possono esserci.

    Dopo le dimissioni, va assunto un farmaco che riduce la possibilità che si formino trombi sulla protesi e un antibiotico per prevenire il rischio di endocardite infettiva. In genere, tale cura va seguita per 6-12 mesi.

    Infine, in presenza di condizioni che impediscono la chiusura del FOP, per tutta la vita ci si deve curare seguendo una terapia antiaggregante o, meglio ancora, anticoagulante.