Autostima nei bambini: come aiutare i nostri figli ad averne molta

A cura del dott. Renato Vignati, Psicologo Psicoterapeuta - Prof. a contratto di Psicologia generale, Università di Bologna

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    Autostima nei bambini: come aiutare i nostri figli ad averne molta

    Parliamo di autostima, un argomento delicato e non semplice. A volte, si cresce avendone poca ed è per questa ragione che è bene trasmettere l’amore e la stima per se stessi, come valore, sin da bambini.

    Come farlo? Abbiamo chiesto al , psicologo e psicoterapeuta, di darci qualche valido consiglio.

    Autostima: come si acquisisce?

    L’autostima, quale caratteristica psicologica unitaria, può essere definita come il valore (positivo o negativo) che un individuo attribuisce a se stesso, caratterizzandone la misura del rispetto, dell’apprezzamento e dell’accettazione di sé.

    Sostanzialmente, è uno schema comportamentale e cognitivo appreso, che risponde alle domande: Quanto ti piaci? o Quanto ti senti a disagio?

    Nella costruzione della personalità e nella costituzione del concetto di sé, specialmente nella fase del primo sviluppo e in adolescenza, l’autostima assume un ruolo centrale, dipendendo da fattori individuali e contesti significativi (ambiente fisico, educativo, sociale, culturale). È pertanto da considerarla come una misura multidimensionale, tendente nel tempo alla stabilità, che si riferisce ai diversi ambienti di vita, fondandosi sulla valutazione delle esperienze e sentimenti del passato, dei comportamenti attuali e, almeno in previsione, di quelli futuri (A. Bracken, 2003).

    Ma come si forma?

    Secondo il punto di vista dell’orientamento interazionista, l’autostima può svilupparsi attraverso un continuo processo relazionale di influenza reciproca che avviene tra l’individuo e il suo ambiente.

    Le dimensioni e gli aspetti più rilevanti che concorrono alla formazione dell’autostima, comprendono diverse aree:

    - le “relazioni interpersonali” che si instaurano con familiari, insegnanti, compagni di classe e vicini (adulti e bambini), e in particolare, le loro reazioni, il grado in cui tali contatti avvengono in modo positivo e la capacità di raggiungere obiettivi stabilendo scambi sociali riusciti. Per definirne la qualità, alcune domande di esempio risultano idonee: gli altri sono interessati a parlare con me? Ho molti amici?

    - le “competenze di controllo dell’ambiente”, riguardanti il successo o il fallimento nel tentativo di risolvere problemi, raggiungere obiettivi, determinare situazioni desiderate e funzionare in modo efficace nel proprio ambiente. Le domande: so far valere le mie ragioni? Ho sufficiente fiducia in me stesso?

    - “l’emozionalità,” in riferimento alle reazioni emotive che si verificano in risposta a situazioni attivanti in cui il bambino è coinvolto, e soprattutto il grado di riconoscimento, valutazione e controllo delle risposte emotive. Le domande sono: mi sento accettato? Ho paura di molte cose?

    - “il successo scolastico”: nel contesto scolastico, il bambino valuta i successi conseguiti e le esperienze di frustrazione nel raggiungere gli obiettivi di apprendimento. Le domande: Sono bravo nelle diverse prove? Provo disagio a studiare?

    - “la vita familiare”, è la percezione di se stesso rispetto alle figure di accudimento che provvedono alla sicurezza, assistenza ed educazione. Le domande: sono apprezzato in famiglia? Mi sento amato dai genitori?

    - “il vissuto corporeo”, riguarda la percezione del proprio aspetto fisico e delle proprie capacità, e il feedback che si riceve dalle reazioni altrui, in quanto a bellezza e attrattività, bravura fisica, altezza, peso e salute. Le domande: mi accetto nel mio corpo?

    Quindi, avere fiducia in se stessi, essere soddisfatti o nutrire malessere, può dipendere, più che dai successi o insuccessi ottenuti, dai criteri di valutazione utilizzati dal bambino nel giudizio attribuito ai risultati conseguiti nei diversi ambiti di vita. In altri termini, ciò che può creare disagio e conflitti interiori, o viceversa condizioni di agio e di benessere, è il livello di incongruenza tra il sé ideale (quello che desidero essere) ed il sé percepito (quello che in realtà sento di essere).

    Quali esercizi per incrementare l’autostima dei bambini?

    Formarsi in ambito familiare un solido senso di autostima è fondamentale per ogni individuo, specialmente in età evolutiva, quando cominciano le sfide poste dalla vita, dalle relazioni sociali e dall’apprendimento scolastico. In fondo, è la qualità della relazionalità e del dialogo tra genitori e figli che consente di stabilire le basi di un “attaccamento sicuro”, come spiega John Bowlby, e quindi di una buona stima di sé.

    La storia vera di “Dibs alla ricerca del Sé”, narrata nel libro “Lo sguardo sulla persona. Psicologia delle relazioni umane” (Libreriauniversitaria, 2017), può illustrare efficacemente alcune tappe dello sviluppo di un bambino. Dibs riemerge lentamente dal disagio e dallo smarrimento, dalla chiusura e ostilità verso tutti, provocato fin dalla nascita dal rifiuto, dalla deprivazione affettiva, e dalla severa educazione cui lo hanno sottoposto i genitori. Per Dibs, la possibilità di ritrovare se stesso, rielaborare le ferite e le sconfitte subite, e infine affermare un buon concetto di sé, derivano dal clima psicologico del setting di una ludoterapia (terapia del gioco), messa in atto dalla psicologa Virginia Axline (autrice del testo “Dibs in Search of Self”, scritto nel 1964), secondo la prassi terapeutica di Carl Rogers, alla base dell’Approccio centrato sulla persona.

    Le qualità relazionali che consentono la graduale crescita emozionale e cognitiva di Dibs, dalla condizione di palese infelicità in cui si trovava, sia in famiglia che a scuola, riguardano proprio quel genere di atteggiamenti, come l’accettazione, l’empatia e l’autenticità, che possono far aumentare l’autostima di un bambino, quando si trova a vivere relazioni significative e ricche di considerazione positiva, di ascolto empatico e di congruenza (intesa come trasparenza di sé e genuinità).

    La storia di Dibs ci riguarda da vicino perché riassume, almeno in gran parte, tutte le difficoltà e le conflittualità che ognuno di noi si è trovato ad affrontare nel suo percorso di sviluppo, e può delineare il modello di una figura di genitore che, nel suo modo di educare, deve saper ascoltare con attenzione e partecipazione empatica i problemi che i bambini vivono, deve aiutare a vivere e affrontare (senza evitarle) le tensioni emotive, fornendo una guida sicura per comprendere la natura delle emozioni, e come gestirle, specialmente quelle afflittive (come la tristezza) e quelle distruttive (la rabbia). O anche altre emozioni più complesse, come la vergogna (paura di mostrarsi inadeguati, incompetenti), il senso di colpa (riconoscimento di essere responsabili di comportamenti negativi e biasimo verso se stessi per averli agiti) e di umiliazione (dolorosa condivisione del giudizio critico che l’altro mostra nei nostri confronti), o Invidia (senso di inferiorità e sofferenza per qualcosa che l’altro possiede). Altresì, il genitore deve incoraggiare e sostenere la risoluzione dei problemi personali e conflitti interpersonali (magari seguendo una procedura scientifica di riferimento, quale il problem solving). L’ascolto attento e partecipe deve evitare pertanto quelle che sono state definite le “Barriere nella comunicazione”, definite da T. Gordon (1970) come ostacoli, rappresentando infine una sorta di “linguaggio del rifiuto” (ad es. minacciare, giudicare, moraleggiare, ridicolizzare, ecc.).

    Sentirsi bene riguardo a quello che si é, accettati pienamente e valorizzati in una relazione significativa, consente al bambino di apprendere le lezioni della vita in maniera più efficace, aiutandolo a fronteggiare le tensioni inevitabili che insorgono, ad esempio, nelle sfide poste dalla scuola e dall’istruzione.

    Il contesto scolastico mette duramente alla prova il senso di autonomia e di conoscenza di sè che ogni bambino ha raggiunto nelle sue fasi evolutive precedenti. Così, il livello di autostima è sottoposto a pressione e verifica da un sistema scolastico concentrato maggiormente nella valutazione delle prestazioni, rispetto alla conoscenza e approfondimento della persona dello studente.

    Succede, altresì, che sovente siano proprio i genitori a puntare troppo sui risultati, invece di comprendere e apprezzare i tentativi e gli sforzi progressivi realizzati dal figlio. La conseguenza psicologica è che gli studenti dotati di una normale dose di autostima e fiducia in se stessi, riescono a superare le prove scolastiche abbastanza bene, e così capita anche per gli insuccessi; mentre, i soggetti meno forniti di autostima, o il cui livello è estremamente precario, possono cadere in stati di ansia generalizzata provocata dalla frustrazione di non riuscire ad ottenere i risultati positivi sperati (C. Dweck, 2000).

    A RISPONDERE ALLE DOMANDE:

    Psicologo e psicoterapeuta